She e il female power in versione indiana

Sesso e crimine in India in uno sceneggiato Netflix

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Bhumi è una poliziotta dall’apparenza anodina che dirige il traffico. Il suo superiore Fernandez la sceglie per agire sotto copertura come prostituta, allo scopo di incastrare un boss della droga a dire il vero piuttosto affascinante, Sasya. Dopo aver rischiato brutto in un rischioso tête-à-tête con Sasya, che le ha sorprendentemente regalato qualche brivido caldo, Bhumi riesce insieme ai colleghi a catturarlo. Il trafficante si mostra sorprendentemente interessato a lei e accetta bi buon grado di collaborare con la polizia. Bhumi verrà allora addestrata per cercare di intercettare Nayak, inafferrabile, geniale e potentissimo signore della droga, della cui esistenza si dubita, poiché nessuno lo ha mai visto in volto. Al tempo stesso la poliziotta deve vedersela con una vita privata complicata. Un marito che la disprezza per la sua frigidità, e una sorella, Rupa, bella e pigra. che l’ha sempre fatta sentire in difetto. E proprio i suoi abiti vistosi da prostituta le daranno un senso di sicurezza mai sentito. Peraltro, Bhumi non appare di certo inferiore alla sorella con il fisico snello, le gambe lunghe e il suo metro e settantaquattro. Ma, si sa, la bellezza e anche questione di auto-percezione. Non vi diremo una parola di più sulla godibilissima trama di uno sceneggiato che si estende su due serie, portando con sé tante sorprese, ché sarebbe un peccato sciuparle.

Ma vogliamo dare qualche strumento per leggere la duplice serie, ricordando che il sesso è un tema molto caldo in India, dove pudore in pubblico e verginità sono ancora considerati valori molto forti, e il ruolo della donna è ancora prevalentemente visto in seno alla famiglia. In questo senso va inquadrata la scoperta del sesso da parte di Bhumi, non a caso nei panni di una prostituta, proprio perché il sesso al di fuori del matrimonio è considerato qualcosa di sporco.

Altro tema complesso è la personalità di Bhumi, che si evolve in modo inaspettato durante il film, acquisendo forza in modo crescente e confrontandosi con l’azione criminosa come modalità di auto-realizzazione. Non sappiamo se gli sceneggiatori abbiano nozioni di psicoanalisi, ma la frase-chiave del film è quella pronunciata dal suo amante criminale (eh sì, qualcosina la dobbiamo anticipare): “I bambini che portiamo dentro di noi si sono incontrati”. Perché non è così scontato che in culture diverse il primo denudamento tra due amanti sia proprio quello delle rispettive vite fin nelle loro radici.

E poi, e poi c’è il crimine, con la difficoltà per le persone normali di penetrare nella mente del criminale e nel farsi della sua personalità. LA biografia del protagonista della storia non può non ricordarci Ganesh Gaitonde, il boss protagonista del romanzo Giochi Sacri di Vikram Chanda, nel suo votarsi progressivo al culto della morte altrui, soggetti trasformati in cadaveri al servizio dello scopo dominante di conquistare e poi mantenere il potere. Perché, a un certo punto, conta solo questo, allo scopo di trasformare in morte chiunque si tocchi. Ma si riconosce e si scandaglia anche la sua genialità. La mente di Nayak è un turbine che non si ferma mai, e in una delle più belle scene del film lo vediamo intento a disegnare i percorsi dei carichi di droga prima sul pavimento di una stanza e poi sulle pareti, proiezione della mappa intricata che ha preso forma nella sua testa. Il fascino del male è forte, anche se si configura come una sorta di tentazione rigettata.

E proprio la narrazione della discesa agl’inferi, delle emozioni mortifere che prendono il posto di quelle umanamente diffuse, che costituisce il cuore pulsante di questo bellissimo sceneggiato, nonostante qualche pecca logica che gli perdoniamo volentieri a beneficio del godimento di momenti profondi e spiazzanti. Insomma, vedetelo, anche se dovete investire il costo di un mese di abbonamento Netflix, perché ne vale veramente la pena. Non è bella solo la trama, ma il contesto, a fotografia luccicante e sfuggente. E, dulcis in fundo, si può fare conoscenza con una categoria pienamente accettata in India, gli hijra, un terzo genere biologicamente maschile che si veste e vive da donna. Se pensiamo che da noi gli hijra vengono portati al suicidio dal disprezzo di chi li circonda, She è un ottimo motivo per aprire gli occhi e le menti.