23 Maggio 2022

Bambini con l’etichetta: quando le diagnosi di troppo escludono

Bambini con l’etichetta: quando le diagnosi di troppo escludono

Michele Zappella, neuropsichiatra classe 1936, è uno dei protagonisti della rivoluzione psichiatrica italiana e della lotta per l’inclusione scolastica. Tra gli anni Sessanta e Settanta si è battuto per l’abolizione delle classi differenziali e speciali, che accoglievano tantissimi figli di immigrati del tutto sani Già primario all’ospedale psichiatrico di Volterra, vi entrò nel 1971, trovando una bolgia di pazienti dalle provenienze più disparate, rimasti lì dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, deprivati di tutto. Iniziò a dimettere tutti coloro che non mostravano alcun segnale di scompenso ma che erano stati dimenticati in ospedale. Fra questi, ritrovò anche una donna che era stata comandante partigiana. Dal 1973 al 2006, Michele Zappella fu poi primario di neuropsichiatria infantile all’ospedale di Siena.
Ancora ora continua a visitare i bambini, fare ricerca e far sentire la sua voce autorevole e critica.

In Bambini con l’etichetta. Dislessici, autistici e iperattivi: cattive diagnosi ed esclusione (Feltrinelli, 14 euro) , punta il dito su come le diagnosi, sia quando sono trasmesse alle famiglie, sia quando sono utilizzate a scuola per formulare i PdP, Piani didattici personalizzati, e i Pei, destinati a ragazzi con problemi più seri, servano a creare esclusione, spesso implicando che si tratti di problemi non passibili di evoluzione.

Le diagnosi di problemi di natura neurobiologica, come la dislessia, la discalculia e il disturbo dell’attenzione, sono in principio pensate per garantire ai bambini e ai ragazzi misure compensative e dispensative che dovrebbero garantire loro di operare allo stesso livello dei coetanei. Nella realtà, la diagnosi può agire come una sorta di etichetta fissa che viene sovrapposta all’identità dei ragazzi, né più né meno che le diagnosi psichiatriche.Spesso accade che l’etichetta di disturbo di origine neurologica possa essere appiccicata frettolosamente a bambini che hanno ritardi di altro tipo, dovuti a problematiche personali o condizioni sociali. Lo stesso può accadere in alcuni casi alle diagnosi di autismo. Che le diagnosi possano essere giuste o sbagliate, il grosso rischio è che la diagnosi funga da macigno non solo per i ragazzi ma per la famiglia tutta. La diagnosi, nel decretare uno stato di patologia irreversibile, innesca una malattia in tutta la famiglia, provocando in un’ampia maggioranza di casi una forte depressione nella madri dei ragazzi, che spesso finiscono col subire pesanti cure psicofarmacologiche.

Per Michele Zappella il rischio delle diagnosi, che a sua dire non dovrebbero essere rese note nelle scuole, è di creare esclusione nei ragazzini, oltre che fenomeni di bullismo che spesso non vengono a suo dire arginati come dovrebbero. Anzi, molti problemi scambiati per dislessia o altre manifestazioni destinate alla diagnosi di DSA, sono effetti del bullismo, verso il quale il neurologo punta un dito severo.

I ragazzi vengono in un certo senso confinati nella loro diagnosi, come se questa fosse inamovibile. Alcuni studi diagnostici arrivano a suggerire alle scuole di proporre ai ragazzi DSA domande a crocette e non a risposte aperte, in un modo che non favorisce l’apprendimento dei ragazzi ma anzi lo blocca, con in più l’arma, da parte dei genitori, di poter ricorrere al TAR se in qualche modo si suppone che la granitica certezza delle diagnosi e le indicazioni per i ragazzi vengono scalfite, mentre i compagni a volte vedono nei compagni degli scansafatiche che studiano meno, anche perché spesso tra il compensare e il favorire i confini sono labili. La diagnosi avrebbe quindi come esiti di deprimere i genitori, di deresponsabilizzare i ragazzi e i docenti, che si sentono sgravati dei compiti di intervento sui ragazzi DSA e DVA, e soprattutto di chiudere loro molte prospettive di evoluzione.

A questi scenari Zappella contrappone un pensiero dell’incontro ludico con i bambini e i ragazzi, fondato sulle loro singole personalità e sulle loro capacità di cambiamento, che vengono innescate solo nella relazione: con il neuropsichiatra, con i genitori, e con gli insegnanti.

La mancata consapevolezza critica delle famiglie dei bambini li assoggetta al gioco della diagnosi, scrivendo un percorso già tracciato per i loro figli, ed entrando nel gioco precostituito degli identikit diagnostici, delle richieste nei confronti della scuola e dei docenti che spesso tendono al ribasso nei confronti delle aspettative sui figli. Per loro è difficile intravvedere altri orizzonti che non siano quelli dell’immutabilità dei problemi dei figli. Un libro del genere potrà sicuramente aprire loro gli occhi e sdoganarli, forse almeno in parte, dall’imperio delle diagnosi, riconoscendosi il diritto di rivolgersi a neuropsichiatri non tanto intenzionati a fornire una diagnosi oggettiva.

Barbara Caputo

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